Arrosticini abruzzesi: storia, tradizione e il rito della brace

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Piccoli spiedini di carne, una griglia stretta e allungata, il profumo della brace che si diffonde nell’aria: gli arrosticini sono uno dei simboli più conosciuti della gastronomia abruzzese e, ancora oggi, rappresentano uno dei modi più autentici per entrare in contatto con la cultura delle aree interne della regione. Conosciuti anche con i nomi dialettali di rustell’, rustelle, rostelle o arrustelle, sono legati alla tradizione pastorale e a quella cucina povera che, con pochi ingredienti e tecniche semplici, è riuscita a trasformare la carne ovina in una specialità ormai conosciuta ben oltre i confini dell’Abruzzo.

Gli arrosticini sono inseriti nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani (PAT), riconoscimento che testimonia il loro radicamento nella cultura gastronomica regionale. L’elenco nazionale dei PAT è curato dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste e viene periodicamente aggiornato.

Che cosa sono gli arrosticini

L’arrosticino tradizionale è un piccolo spiedino di carne ovina, generalmente di pecora, tagliata in piccoli pezzi e infilata su uno stecchino di legno. I cubetti sono normalmente di dimensioni abbastanza regolari, mentre nelle versioni preparate a mano possono essere più irregolari.

Un elemento importante è la presenza di grasso ovino, che contribuisce alla morbidezza e al caratteristico sapore della carne durante la cottura. La preparazione tradizionale prevede cubetti di circa un centimetro per lato, infilati su spiedini lunghi fino a circa 20 centimetri, con un peso indicativo di 20-30 grammi.

La carne ovina rappresenta dunque il riferimento della tradizione, mentre le versioni a base di pollo, tacchino, maiale o altre carni sono varianti sviluppatesi successivamente, soprattutto con la diffusione degli arrosticini al di fuori dell’Abruzzo.

Tra le varianti legate alla tradizione regionale merita una menzione l’arrosticino di fegato, conosciuto in alcune zone come arrosticino di fect, nel quale il fegato, generalmente ovino, può essere alternato a grasso e, secondo le usanze locali, a cipolla o alloro.

Una storia che nasce tra pastorizia e montagne

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La storia degli arrosticini è strettamente legata alla cultura pastorale abruzzese, ma stabilire con assoluta certezza il luogo e l’anno della loro nascita non è possibile.
La tradizione li riconduce soprattutto all’area del Voltigno, territorio montano compreso tra Carpineto della Nora, Villa Celiera e Civitella Casanova, nel versante orientale del Gran Sasso. Proprio questa zona è considerata uno dei principali territori storicamente legati alla cultura degli arrosticini.

Una leggenda racconta che alcuni pastori avrebbero iniziato a utilizzare piccoli pezzi di carne di pecora, compresi quelli provenienti da parti meno pregiate dell’animale, tagliandoli e infilzandoli su sottili bastoncini di legno per poi cuocerli sulla brace all’aperto.

La datazione di questo racconto non è però univoca: alcune versioni della tradizione indicano il 1830, mentre altre collocano la nascita degli arrosticini negli anni Trenta del Novecento. Per questo, in un racconto turistico è più corretto parlare di una tradizione orale e di un’evoluzione della preparazione all’interno della cultura pastorale, senza attribuire l’invenzione a una data o a persone precise. La stessa Regione Abruzzo presenta infatti il racconto dei due pastori del Voltigno come una leggenda.

Quel che appare molto più solido è il legame con la pastorizia: la carne ovina era una risorsa importante nella cucina delle comunità rurali e l’arrosticino rappresenta bene quella capacità di valorizzare anche tagli semplici attraverso una lavorazione essenziale e una cottura diretta sul fuoco.

La fornacella, il cuore della tradizione

Se la carne è l’ingrediente principale, la fornacella è lo strumento che rende riconoscibile l’arrosticino.

Si tratta di una griglia stretta e allungata, conosciuta anche come furnacella, canala, canalina o rustillire a seconda delle diverse zone dell’Abruzzo. La particolare forma permette di concentrare la brace sotto la parte dello spiedino occupata dalla carne, lasciando fuori dal calore diretto le estremità del bastoncino di legno.

È una soluzione semplice ma particolarmente efficace, perché consente di girare gli arrosticini durante la cottura senza dover maneggiare direttamente la parte riscaldata dello spiedino.

La cottura avviene sulla brace viva, che deve essere sufficientemente calda da rosolare rapidamente la carne. Gli arrosticini vengono girati più volte e controllati attentamente per evitare che si asciughino o si brucino. La tradizione punta sulla semplicità: niente marinature elaborate e niente salse necessarie, perché sono il grasso della carne e la cottura sulla brace a costruire il caratteristico profilo aromatico.

Come si mangiano gli arrosticini

Qui la gastronomia diventa un vero e proprio rito conviviale.

Gli arrosticini vengono generalmente serviti molto caldi, spesso in quantità numerose, e la tradizione vuole che siano mangiati con le mani. Si prende lo spiedino dalla parte di legno e si sfila la carne direttamente con i denti, facendo scorrere il bastoncino verso l’esterno.

Non è una semplice questione di galateo: il gesto fa parte dell’esperienza tradizionale e contribuisce a creare quella dimensione informale e conviviale che accompagna da sempre il consumo degli arrosticini.

Anche il grasso non dovrebbe essere automaticamente scartato: nella preparazione tradizionale ha infatti una funzione importante nel mantenere la carne morbida e nel conferirle sapore.

Pane unto e Montepulciano d’Abruzzo

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Gli arrosticini vengono spesso accompagnati da pane casereccio, anche abbrustolito sulla brace e condito con olio extravergine di oliva e sale, secondo una tradizione conosciuta in diverse zone con espressioni come pane unto, pane ‘onde o pan onto.

Quanto al vino, uno degli abbinamenti più naturali è con il Montepulciano d’Abruzzo, il grande rosso regionale, particolarmente adatto ad accompagnare una carne saporita e caratterizzata dalla presenza di grasso.

La forza del piatto sta proprio nella sua essenzialità: arrosticini appena cotti, pane, vino e una buona brace sono sufficienti per trasformare una semplice grigliata in un’esperienza gastronomica profondamente abruzzese.

Arrosticini: cosa non fare secondo la tradizione abruzzese

Intorno agli arrosticini si è sviluppato un vero e proprio piccolo codice della convivialità. Alcune delle regole tramandate sono naturalmente più folkloristiche che assolute, ma aiutano a comprendere il valore identitario che questo piatto riveste per gli abruzzesi.

Una delle prime è non confondere l’arrosticino tradizionale con un generico spiedino di carne: quello abruzzese nasce dalla carne ovina e dalla cottura sulla fornacella.

Anche la cottura rappresenta un punto importante. Forno e padella possono essere utilizzati come soluzioni domestiche, ma non restituiscono l’esperienza della preparazione tradizionale sulla brace, né il particolare aroma sviluppato dalla cottura sulla fornacella.

E poi ci sono le posate. In una tavola formale potrebbero sembrare indispensabili, ma davanti a un piatto di arrosticini la tradizione invita a lasciarle da parte: lo spiedino si prende con le mani e la carne si sfila direttamente dal bastoncino.

Quanto al numero, non esiste una regola ufficiale: è però consuetudine ordinarne diversi, perché gli arrosticini vengono normalmente condivisi e consumati in quantità decisamente superiori rispetto a un normale spiedino.

Dalla specialità locale al simbolo dell’Abruzzo

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La diffusione degli arrosticini ha seguito anche la storia dell’emigrazione abruzzese, contribuendo a portarli fuori dalla regione e, successivamente, oltre i confini italiani. Oggi sono presenti nei menu di numerose località italiane e vengono prodotti anche in versioni differenti da quella tradizionale.

Il cuore della ricetta, tuttavia, rimane legato all’Abruzzo: carne ovina, piccoli pezzi, grasso, stecchino di legno e brace.

La Regione Abruzzo li considera infatti una delle preparazioni più rappresentative della propria cultura gastronomica e ricorda come siano espressione della tradizione pastorale, sia stanziale sia legata alla transumanza.

Dove assaggiarli in Abruzzo

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Per vivere l’esperienza degli arrosticini nel loro ambiente naturale, il modo migliore è cercare una braceria, una trattoria di cucina locale o una festa paesana nelle aree interne dell’Abruzzo, soprattutto nei territori storicamente legati alla loro produzione.

Un luogo particolarmente caratteristico è l’area di Fonte Vetica e Campo Imperatore, nel territorio del Gran Sasso, dove la cottura degli arrosticini all’aperto è diventata parte dell’esperienza gastronomica del luogo. La tradizione degli arrosticini è inoltre protagonista di numerose sagre e manifestazioni regionali, tra cui l’Arrosticinitreffen di Fonte Vetica, segnalato dalla Regione Abruzzo tra gli appuntamenti dedicati a questa specialità.

Tra gli eventi ricordati dalla promozione turistica regionale figura anche Civitella Casanova, territorio storicamente legato alla cultura degli arrosticini, dove negli anni passati è stato realizzato un esemplare lungo oltre 10 metri.

Il vero gusto dell’Abruzzo

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Gli arrosticini sono nati, o quantomeno si sono sviluppati, all’interno di una cultura fatta di pastorizia, montagne, piccoli borghi e vita all’aperto. La loro forza non sta nella complessità della ricetta, ma proprio nella sua semplicità: una carne povera trasformata dalla manualità, dal grasso, dal fuoco e dalla convivialità.

Per questo assaggiarli in Abruzzo significa fare qualcosa di più che provare una specialità regionale. Significa sedersi davanti a una fornacella, sentire il profumo della brace, aspettare che gli spiedini raggiungano la giusta cottura, prendere il primo con le mani e accompagnarlo con una fetta di pane e un bicchiere di Montepulciano d’Abruzzo.

È in quel gesto semplice, quasi primitivo, che gli arrosticini continuano a raccontare una parte autentica della storia e dell’identità gastronomica dell’Abruzzo.